“Arrestate Donald Trump”: il tycoon ora rischia. Dalla pena di morte al XXV Emendamento

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“Arrestate Donald Trump”: arriva una clamorosa richiesta da parte di un tribunale estero. In caso di condanna rischia la pena di morte

(Instagram)

Accerchiato in patria ma anche fuori dai confini degli Stati Uniti. Il 2021 per Donald Trump è cominciato peggio di come era terminato l’anno precedente e non solo per il drammatico assalto dei suoi sostenitori a Washington. Oggi infatti dall’Iraq è arrivata una richiesta clamorosa che potrebbe mettere in pericolo anche la sua vita.

Un tribunale di Baghdad infatti ha emesso un mandato di arresto per Donald Trump. L’accusa è pesante: essere il mandante dell’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani e di un capo milizia iracheno vicino all’Iran, Abu Mahdi al Muhandis, a Bagdad il 3 gennaio dello scorso anno.

I parenti di Abu Mahdi al Muhandis hanno presentato ricorso alla ricerca dei mandanti. E ora il tribunale di Rusafa, quartiere orientale di Baghdad ha emesso un mandato di arresto in base all’articolo 406 del codice penale iracheno, cioé per omicidio premeditato. Per chi sia riconosciuto colpevole è prevista la pena di morte anche se è quasi impossibile che il mandato sia eseguito.

Non una novità comunque nei rapporti tra ‘The Donald’ e i Paesi di quell’area, A giugno 2020 anche l’Iran aveva emesso un mandato di arresto nei confronti di Trump, chiedendo all’Interpol di farsi avanti. Tutto era cominciato con il raid aereo compiuto dall’aviazione statunitense un anno fa  nell’area dell’aeroporto di Baghdad. Dopo l’uccisione dei due leader, i gruppi sostenuti dall’Iran in Iraq hanno aumentato gli attacchi contro le truppe americane presenti nella zona. Ma questo sembra davvero il capitolo finale.

Donald Trump sotto assedio: i social lo zittiscono e rischia la rimozione forzata

 

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Non c’è solo l’Iraq però ad aver messo nel mirino l’ex presidente degli Stati Uniti, come è da questa mattina. Facebook e Twitter hanno infatti deciso di bloccare tutti gli account ufficiali di Trump. In realtà lo stop di Twitter è solo per 12 ore. Invece il più popolare social al mondo, “indefinitamente e per almeno le prossime due settimane fino a quando una pacifica transizione di potere non sarà completata”.

Lo ha detto direttamente Mark Zuckerberg con un lungo post pubblicato nel pomeriggio di oggi dal suo profilo. La colpa? Aver pubblicato ripetutamente false accuse sulla regolarità delle elezioni. Quindi fino all’insediamento pacifico di Joe Biden, programmato per il 20 gennaio, bloccato tutto compreso l’account di Instagram.

Non è tutto però perché Trump rischia di congedarsi con ignominia. Il XXV Emendamento della Costituzione americana infatti prevede la rimozione del presidente ed è stato chiesto nelle ultime ore da più parti, anche quelle potenzialmente vicine a lui.

Il ricorso al XXV Emendamento può avvenire solo con una comunicazione formale fatta dal  vicepresidente e dalla maggioranza del gabinetto al Congresso. Una richiesta di allontanamento nel caso il presidente non sia ritenuto in grado di esercitare le sue prerogative adempiendo ai propri doveri.

Non un impeachment, ma peggio perché non prevede nemmeno la formulazione di specifiche accuse. In realtà però fino ad oggi nella storia americana, da quando è stato adottato nel 1967, non è mai materialmente stato utilizzato. Il suo principale promotore, l’ex senatore statunitense Birch Bayh, ha scritto che quei commi sono stati ideati nel caso il presidente apparisse ‘nutty as a fruit cake’ (omn italiano “un pazzo”). Sarà così per Trump?